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Ascoltare è più rivoluzionario che parlare: il vero senso del free speech

Aggiornamento: 13 dic 2025

free speech

di Massimo Colonna


C’è un paradosso che attraversa, come un fiume sotterraneo, la contemporaneità: mai come oggi si è parlato di libertà di parola, eppure mai come oggi si fatica ad ascoltare davvero. In un’epoca in cui il free speech è divenuto un vessillo identitario, un totem di cui tutti rivendicano la proprietà e l’interpretazione, la vera sfida sembra essersi spostata. Non riguarda più chi parla, ma chi ascolta.


È qui che si gioca il futuro della libertà di espressione.


Viviamo in un tempo in cui la comunicazione ha smesso di essere verticale. Il meccanismo gerarchico che regolava il flusso della parola – dall’élite all’opinione pubblica, dalla cattedra alla piazza – è crollato. La linea si è inclinata. Oggi tutti parlano, tutti scrivono, tutti commentano. Per fortuna. È il trionfo dell’orizzontalità, dove ogni opinione ha diritto di cittadinanza, ma non sempre pari dignità. È una conquista, certo. Ma è anche un terreno minato.


In questo paesaggio disintermediato, molti hanno confuso l’accesso alla parola con l’autorevolezza. Il cittadino che legge due righe su Wikipedia si sente esperto di virologia, il lettore compulsivo di thread su X crede di conoscere la geopolitica. Non è questo il problema. Il problema non è che queste persone parlino – perché è ormai impossibile impedirlo. Il problema è che chi ascolta non è più allenato a distinguere. Il libero pensiero, se non viene accompagnato da un’educazione al discernimento, diventa rumore di fondo.


E non bisogna dimenticare che la libertà di espressione ha comunque dei confini. Le leggi, in ogni democrazia, pongono limiti precisi a ciò che può essere detto: l’istigazione all’odio, la diffamazione, l’incitamento alla violenza sono esempi concreti di come il diritto di parola non sia assoluto, ma condizionato al rispetto della collettività. Il vero senso del free speech, dunque, non è che tutti possono dire tutto, ma che tutti devono imparare a filtrare, a contestualizzare, a pesare le parole che ricevono.


È per questo che la libertà di parola oggi è, prima di tutto, una responsabilità di chi ascolta. Di chi legge. Di chi commenta. Di chi educa.

È in questo senso che il tema dovrebbe entrare nelle scuole. E non si intende qui il generico richiamo all’“uso consapevole dei social” – di cui si parla da anni senza risultati tangibili – ma un vero e proprio percorso educativo sull’ascolto critico. Serve una grammatica dell’attenzione, una sintassi del confronto. Serve insegnare ai ragazzi che libertà non è equivalenza tra opinioni, ma capacità di orientarsi nel mare delle opinioni.


Lo abbiamo visto di recente, nel dibattito suscitato dalla visita in Europa del vicepresidente degli Stati Uniti, J.D. Vance. Quando Vance ha affermato che l’Europa non è ancora pronta per il free speech, il cancelliere tedesco Olaf Scholz – anziché argomentare nel merito o contestualizzare – ha liquidato la posizione con un rigetto secco, quasi istintivo. E così facendo ha finito per confermare esattamente la tesi di Vance: l’Europa fatica ad accettare un pensiero diverso dal proprio. L’errore, ancora una volta, non è stato nella parola pronunciata, ma nell’assenza di ascolto.


Il rischio, oggi, è che il free speech diventi un concetto fossilizzato: evocato come principio, ma inapplicato nei comportamenti. Perché se tutti parlano, ma nessuno ascolta, la libertà di parola non genera pluralismo, ma solo incomunicabilità.


È tempo allora di spostare il baricentro. Non chiediamoci più solo cosa si può dire. Chiediamoci piuttosto come siamo in grado di ascoltare. Di capire. Di mettere in crisi le nostre convinzioni.


Il vero spazio della democrazia non è nella voce che grida, ma nell’orecchio che sa accogliere. E questo, oggi, è un atto radicalmente rivoluzionario.

 
 
 

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