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Il presente nuovo è già qui: la necessità del Connessionismo

Aggiornamento: 12 dic 2025


presente nuovo

di Massimo Colonna


Viviamo in un tempo in cui la realtà si rivela più complessa, stratificata e sfuggente rispetto a quanto avremmo potuto immaginare solo pochi anni fa. Prima il turbocapitalismo, poi l’incredibile sviluppo delle tecnologie sono stati tra le principali concause di una evoluzione che non ha precedenti nel mondo moderno.


Questo presente nuovo non è un’epoca di transizione, ma un cambiamento di paradigma che ci costringe a ripensare il nostro ruolo nel mondo e il nostro modo di percepirlo.


Ci troviamo immersi in una realtà che non ci offre più semplici risposte binarie, ma richiede di sviluppare sensibilità più sottili, molteplici livelli di percezione e una capacità di vedere al di là di noi stessi. Anzi, in realtà, il mondo è stato sempre così, ma noi siamo stati abituati a pensare soltanto in maniera binaria, per risparmiare energie e tempo.


Per iniziare questo percorso verso una comprensione più profonda, dobbiamo abbandonare l’illusione di essere isole. Non siamo entità separate dal resto dell’universo. Ogni aspetto del nostro essere – fisico o concettuale – è oggi definito da una rete intricata di relazioni, influenze e interconnessioni, da elementi che provengono da lontano e che non rientrano nella nostra sfera di osservazione diretta.


La celebre frase di John Donne, “Nessun uomo è un’isola, intero in sé stesso”, risuona oggi più vera che mai.

Il nostro IO, così a lungo considerato il centro del nostro universo personale, è in realtà una costellazione di elementi che ci trascendono, influenzati da fattori visibili e invisibili. Le rappresentazioni che fino a oggi hanno imperato, diciamo dall’avvento dei social network in avanti, hanno puntato sulla polarizzazione della comunicazione, lasciando di fatto intendere che l’unica cosa rilevante, nel mare magnum della rete, fosse il proprio pensiero. E che quindi ogni singolo pensiero contasse allo stesso modo (che in una concezione universalistica ed escatologica, è anche vero).


Noi nel presente nuovo: il Connessionismo


Questo nuovo modo di vedere ci invita a un cambio di prospettiva radicale: non possiamo più considerarci il centro del mondo, ma dobbiamo riconoscerci come parte di un sistema incredibilmente ampio, interconnesso e interdipendente.


Dobbiamo pensarci realmente connessi con agli altri agenti che operano su di noi, e non soltanto connessi via web. La neuroscienza ci insegna che il nostro cervello filtra la realtà, accogliendo solo ciò che ritiene gestibile, lasciando al di fuori tutto ciò che potrebbe sopraffarci. Viviamo quindi in una percezione parziale del mondo, ma ciò non ci esime dal cercare di superare questi limiti.


Il nostro cervello limita le nostre esperienze, il nostro corpo ci dice che valiamo noi come essere singoli (su spinta della narrazione attuale) ma la mente tra poco ci dirà che questo paradigma non regge più: andremo verso il Connessionismo, l’era della connessione non solo fisica, ma concettuale, causale, liquida e infinita.


Abbandonare l’illusione del possesso


Un primo passo per adattarci al presente nuovo è modificare il nostro linguaggio e il nostro pensiero. È tempo di eliminare dal nostro vocabolario la parola IO e tutte le sue declinazioni, come per esempio MIO. Non solo non siamo il centro del mondo, ma le cose che ci circondano non ci appartengono realmente. Esse hanno una loro essenza, indipendente da noi.


Un esempio banale, ma illuminante: quando al ristorante diciamo «questo è il mio bicchiere», dimentichiamo che quel bicchiere non è nostro, nemmeno per un momento. Esiste con una propria identità, che precede e sopravvive alla nostra esperienza con esso. Lo stesso principio vale per le opere che creiamo. Un lavoro, un progetto, un’idea: tutto ciò che nasce da noi non è noi. Possiamo essere il punto di origine, ma una volta nel mondo, questi elementi acquisiscono una vita propria.


Come un’opera d’arte, smettono di essere nostri per diventare patrimonio di chi li osserva, li interpreta e li vive. Se il vostro desiderio è che vostro figlio faccia il geometra, state catapultando voi stessi in vostro figlio: vostro figlio non siete voi. Allo stesso modo, i vostri problemi non siete voi, le vostre ansie non siete voi, le vostre paure non siete voi.


Lasciar andare: un atto di libertà


In ultima analisi, dobbiamo imparare a lasciar andare. Le cose vicine a noi – fisiche, relazionali, concettuali – non sono parte di noi. Questo distacco non è un atto di perdita, ma di liberazione. Nostra e loro. Riconoscere che il mondo non ruota intorno a noi e che ogni cosa esiste in una propria dimensione significa accettare la vera natura della realtà.


Ed è liberatorio, in un verso e nell’altro.


Come scrisse Rainer Maria Rilke: «Ama ciò che è incomprensibile, perché in ciò vi è crescita».

Il presente nuovo ci chiama a questa crescita, al Connessionismo, a una trasformazione interiore che ci spinge oltre l’IO, verso una connessione più profonda con il mondo e con gli altri.


Non è un processo semplice, ma è essenziale per comprendere e vivere pienamente in questo mondo che cambia.


Siamo pronti a raccogliere la sfida?

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