Lessico famigliare, un giuramento che torna dopo sessant'anni
- incandenza
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Ascoltate questa storia. Perché è una di quelle cose che capitano, o che forse potrebbero soltanto succedere da qualche parte, o che invece hanno il sentore della verosomiglianza e accadrebbero in posti lontani, in qualche famiglia sconosciuta. Ma questa, invece, è accaduta davvero, ed è di quelle storie che continuano ad accadere anche adesso, mentre la raccontiamo, perché certe vicende non finiscono mai del tutto, si limitano a cambiare volto e a tornare, un po' come l'1, che moltiplicato o diviso per se stesso resta ostinatamente 1. Un numero che la logica del tempo prova a portare altrove, e che invece, ogni volta, per strade diverse, riconduce allo stesso punto.
Chi scrive avverte fin da subito il lettore che questa non è una storia lineare: procede a coppie, si duplica, ogni evento del principio trova, sessant'anni dopo, il proprio riflesso quasi identico e leggermente storto, come accade agli specchi messi uno di fronte all'altro, che moltiplicano l'immagine fino a farla sparire in una distanza indefinita, e chi ha pazienza di seguirla fino in fondo capirà perché due nomi, in questa vicenda, sono finiti per assomigliarsi oltre lo sfilare delle lettere.
1963, un paese sul mare e un desiderio tenuto a bocca chiusa
C'era, nel 1963, Camillo, un ragazzo d'Abruzzo che si sposava portando con sé, oltre alla giovane moglie, un sogno che faceva fatica persino a raccontare agli amici più stretti, come se dirlo ad alta voce potesse in qualche modo consumarlo prima del tempo, o come se le parole, una volta pronunciate, perdessero automaticamente un poco della loro forza magica, quella stessa forza che invece, tenute in silenzio, sanno conservare intatta per anni.
Voleva fare il vigile del fuoco, e aspettava con quella pazienza testarda tipica di chi è cresciuto sulla costa adriatica, dove il tempo scorre lento ma non si ferma mai, la lettera del Ministero che avrebbe deciso il resto della sua vita.
Per lui, come per tanti giovani abruzzesi di quegli anni, Roma era un'ipotesi, una città possibile letta come su un libro di racconti estivi di seconda mano dei bagnanti romani sotto gli ombrelloni di Pescara. Strade sterminate, un traffico che sembrava impossibile da immaginare, quartieri più grandi degli interi capoluoghi abruzzesi messi insieme.
Una Roma, insomma, che esisteva già perfettamente nella sua testa prima ancora che lui vi mettesse piede, un po' come esistono, prima di essere visitate, tutte le città che ci limitiamo a immaginare.
Il concorso arrivò, e con il concorso arrivò anche la partenza. E qui la narratrice dovrebbe forse rallentare, indugiare sul momento della valigia chiusa, sull'ultimo sguardo alla casa, ma la storia, si sa, ha fretta quanto e più di chi la vive, e allora si parte.
Corrispondenze da Capannelle
A Roma, dentro le Scuole Centrali Antincendio di Capannelle, i giorni scorrevano veloci in un ordine ancora fortemente militare e il giovane allievo si gettava in quell'avventura con un'energia che sorprendeva persino lui stesso, scoprendo lungo il cammino anche una vena sportiva che lo avrebbe accompagnato per il resto della vita.
Ma nelle lettere che scriveva alla sua giovane sposa a Pescara affiorava una voce diversa, più bassa e più fragile, quella di chi sa bene che duecento chilometri – una distanza che un dito percorre in un istante su qualunque mappa – diventano un'infinità quando dall'altra parte c'è una moglie sola e un figlio che sta per nascere.
È così che la geografia misurata in chilometri e la geografia del cuore misurata in silenzi non coincidono mai del tutto.
Il bambino nacque nel gennaio del 1965, e a lui venne dato il nome di uno zio scomparso a soli trentatré anni. Le famiglie possiedono un proprio sistema di numerazione segreto, un modo tutto loro di far quadrare i conti tra chi se ne va e chi arriva, prestando ai vivi i nomi dei morti perché nessuna somma, in fondo, vada mai perduta.
Il padre tornò a casa di corsa, ebbe appena il tempo di vedere il figlio, non ci fu spazio nemmeno per il battesimo prima che dovesse ripartire, tornare a Roma, tornare in caserma. Il corso finì poco dopo, e con la fine del corso arrivò un grido semplice, che non aveva bisogno di grandi parole per farsi capire: «Lo giuro».
Lessico famigliare, giurare e amare ancora
Il giorno del giuramento, mentre tutti intorno a lui cercavano tra la folla lo sguardo di chi amavano, lui non poté trovare quello di sua moglie, perché la giovane sposa, da poco diventata madre, non riuscì a essere presente, e quella distanza che li aveva già separati per mesi si fece sentire ancora una volta, proprio nel giorno che avrebbe dovuto essere il più pieno di tutti.
Restò così, in quella giornata altrimenti felice, un vuoto piccolo e quasi invisibile, uno di quei vuoti che le famiglie non discutono mai apertamente ma che finiscono comunque per custodire, generazione dopo generazione, dentro le pieghe del loro modo di parlare, di tacere, di raccontarsi le cose, un po' come si conservano, senza saperlo, gli oggetti smessi in un cassetto che nessuno apre mai ma che nessuno butta neppure via.
È così che un giuramento mai davvero ascoltato da chi avrebbe voluto sentirlo può diventare con il tempo una parola stabile del lessico famigliare: non la trovi scritta da nessuna parte, non compare in nessun dizionario, eppure la riconosci subito se sei cresciuto dentro quella famiglia.
2026, un'altra voce che dice le stesse parole
Sessant'anni più tardi, nello stesso luogo a Roma è una ragazza di nome Camilla a pronunciare il giuramento da allieva vigile del fuoco, e lo fa dopo essersi preparata con la medesima ostinazione silenziosa che aveva animato suo nonno mezzo secolo prima.
Senza clamore, con quella determinazione discreta che hanno le persone quando desiderano davvero qualcosa fino in fondo, come se un desiderio, per realizzarsi, avesse bisogno soltanto di essere tramandato nella forma giusta, fino a trovare chi è pronto ad accoglierlo.
Tra la folla, quel giorno, ci sarà anche una signora dai capelli ormai argentati, con la borsa stretta al grembo. Ed è lei che cerca tra le centinaia di divise gli occhi della nipote, ma cerca senza dirlo anche gli occhi di suo marito, lo stesso ragazzo in divisa di sessant'anni prima. Due sguardi sovrapposti nello stesso punto dello spazio, distanti sessant'anni nel tempo.
Quello che Camilla dirà quel giorno non sarà soltanto suo, ma sarà anche, in parte, il grido che nel 1965 non riuscì ad arrivare a chi lo stava aspettando: due voci, un solo giuramento, pronunciato due volte perché la prima non era abbastanza.
Quello che resta, alla fine
Le famiglie non tramandano soltanto cognomi, case, fotografie sbiadite in un cassetto. Tramandano soprattutto dei suoni rimasti a metà, delle frasi interrotte che qualcuno un giorno torna a pronunciare fino in fondo, come se le stesse aspettando da sempre senza conoscerne il nome, e come se ogni famiglia fosse, in fondo, un lungo racconto che si scrive da solo, un capitolo alla volta, affidando a chi nasce dopo il compito di finire le frasi lasciate a metà da chi è venuto prima.



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